Esistono idee che possono cambiarti la vita. Solitamente sono semplici e spesso, sottovalutate. Una di queste è che le emozioni non hanno aggettivi. Non esistono emozioni “vere” o emozioni “minori”, emozioni “degne” o emozioni “ridicole”. Esistono emozioni, punto. Quando le proviamo, non ci chiedono il permesso di essere vissute, semplicemente si presentano e si fanno vivere.
L’amore e il dolore sono ciechi a tutto ciò che è aggettivazione ed etichetta, ci investono indipendentemente da quale ne sia la fonte.
Da qui nasce la necessità urgente di dirlo e scriverlo con chiarezza:
è giusto provare emozioni per gli animali con cui viviamo.
È giusto amarli ed è altrettanto giusto soffrire quando stanno male.
È giusto piangerli quando se ne vanno, così come è altrettanto giusto non vergognarsene.
La vergogna, in questi casi, nasce quasi sempre da un malinteso sociale e culturale, non da una verità psicologica. Abbiamo interiorizzato, attraverso l’educazione e il contatto con la società, l’esistenza di una gerarchia che non appartiene al nostro sentire più profondo, cioè che qualunque essere umano valga sempre e comunque di più di un animale. Come se volendo bene o soffrendo per il mio cane o il mio gatto, io stessi togliendo qualche cosa alle altre persone. Come se la cura avesse un numero massimo di destinatari o come se le mie emozioni dovessero dimostrare al mondo la propria nobiltà scegliendo oggetti approvati dal contesto.
Ma questa logica è fallace oltre che fragile. L’Amore, infatti, non è qualche cosa che si sceglie di dare a qualcuno piuttosto che a qualcun altro. Non è nemmeno una forma di riconoscimento istituzionale che si assegna al più meritevole, tra un ristretto numero di soggetti autorizzati. L’Amore è altro! L’Amore semplicemente accade, non si sceglie, ed è un’emozione che nasce dal riconoscimento reciproco e che si fonda sul concetto di maternage (cioè il prendersi cura) , anch’esso cieco agli aggettivi.
L’Amore nasce e cresce nel tempo grazie ad una costruzione quotidiana fatta di piccoli gesti, di abitudini, di ritorni, di attese, di attenzioni e di condivisione.
Il nostro sistema emotivo, nella sua biologia più profonda, pre-culturale, non misura il valore del destinatario delle emozioni stesse. Si è piuttosto evoluto per misurare la profondità del legame, la qualità della presenza, la ripetizione della cura e la reciprocità. Quindi, quando io dico: “Amo X” sto dicendo che la relazione, il legame con X è reale, ha un peso nella mia vita, la rende migliore, mi riempie di gioia. E X può essere un essere umano, come un animale, un qualsiasi ente con cui io possa instaurare una relazione, perché ciò che ha peso è la qualità del legame vissuto e non l’oggetto.
Gli animali, su questo terreno, sono i massimi esperti perché vivono la relazione in modo ancestrale ed essenziale, liberi dai vincoli generati del nostro linguaggio e delle costruzioni sociali. La vita quotidiana con un animale è fatta di contatto, sguardi, coccole, routine, micro-rituali. Ti svegli e lui c’è. Torni a casa e lui c’è. Ti siedi e lui si avvicina. Ti vede piangere e resta. Ti sente nervoso e ti cerca. Ti vede ammalato e ti sta accanto. Questa è etologia quotidiana, è la trama della convivenza pura, spogliata dalle pesantezze sociali, ed è proprio qui che l’Amore può crescere: nel ripetersi, nell’affidabilità, nella presenza.
In psicologia, grazie a John Bowlby, abbiamo un concetto estremamente semplice che ci aiuta a comprendere queste situazioni: l’attaccamento. Che cos’è? Una struttura profonda della vita relazionale che ne descrive le dinamiche. È quel dispositivo per cui un essere vivente cerca protezione e vicinanza quando è vulnerabile e costruisce sicurezza attraverso una figura affidabile e presente. Queste dinamiche non sono esclusive della nostra specie, ma sono ubiquitarie. Infatti, chiunque abbia visto un cane cercare il proprio umano quando ha paura o un gatto scegliere un posto preciso vicino a chi ama o un animale soffrire per la separazione dal proprio umano o da un suo conspecifico e poi gioire nel ricongiungimento, può riconoscere in questi atteggiamenti queste stesse dinamiche fatte di fiducia, ricerca, contatto, sicurezza, protezione.
L’attaccamento è un fenomeno biologico e relazionale, non una convenzione culturale. E, quindi, anche noi ci attacchiamo a chi ci dà stabilità, a chi ci dà continuità, a chi ci dà sicurezza. E questo è quello che i nostri animali fanno.
Ecco perché la frase “era solo un cane”, “era solo un gatto” non è solo sbagliata, è crudele (anche se spesso non è detta con l’intenzione di ferirci). È crudele perché quello che viene definito “solo” un cane/gatto era il MIO cane, il MIO gatto, un essere vivente che mi ha amato e che io ho amato, che mi è stato accanto per mesi o anni, che mi è stato vicino quando stavo male, che mi ha regalato momenti indimenticabili di tenerezza e gioia, che mi ha magari visto crescere, che è diventato parte della MIA vita. Quel “solo” è una lama che minimizza il dolore della perdita, accusando chi soffre di essere sbagliato. Sbagliato perché sta soffrendo per un oggetto che non è ritenuto degno di emozioni. In realtà, per molti, non è nemmeno una questione di dignità, è che non è proprio pensabile o addirittura immaginabile, primo, che un animale provi delle emozioni e, secondo, che qualcuno possa provare un qualsiasi tipo di sentimento per un animale che non sia eventualmente la paura nel caso ci si senta minacciati.
Jeremy Bentham, uno dei padri dell’etica moderna, scriveva: “La domanda non è: gli animali possono ragionare? né: possono parlare? ma: possono soffrire?”. Questa frase ci ricorda che la sofferenza non è un privilegio umano, ma è un’esperienza biologica. Se un animale è capace di soffrire, allora è capace di amare. E se è capace di amare, allora è capace anche di essere amato. E se è amato, la sua perdita è un lutto, non un capriccio.
Alcune persone potranno comprendere solo quando e se lo proveranno sulla loro pelle quindi che chi soffre per un animale non soffre per un animale in astratto, per un concetto, ma soffre per uno specifico essere con un nome, un carattere e un proprio modo di stare al mondo e un modo di relazionarsi con noi. Quando un animale muore, quindi, non muore soltanto un corpo, ma muore anche un pezzo di noi. Cambia la casa. Cambia il silenzio. Cambiano gli angoli. Cambiano le abitudini. Cambia il sonno. Cambia persino il modo in cui si entra e si esce. Tutto cambia e nulla resta come prima. Il dolore diventa anche fisico perché la relazione era anche fisica: fatta di rumori, tocchi, pesi, presenza nello spazio. E se era fatta di presenza nello spazio, la sua assenza diventa presenza dell’assenza.
È un lutto autentico. Infatti, anche quando muore qualcuno, per esempio, un nonno a cui si è affezionati, non è che si stia male perché un essere umano in generale abbia lasciato questo mondo, ma perché il NOSTRO nonno non c’è più. Il nonno con cui abbiamo condiviso l’infanzia, il nonno che ci portava a raccogliere le castagne, il nonno che ci veniva a prendere a scuola, il nonno che ci consolava quando ci facevamo male. E ora che non c’è più la sua casa è vuota, i momenti che trascorrevamo con lui sono vuoti, sentiamo l’assenza. Ci manca. E così funziona anche per i nostri animali.
Ed ora vorrei aggiungere un’ultima ed importante considerazione: provare dolore per un animale non significa non amare gli esseri umani. Significa essere capaci di amare. Che è diverso.
La vergogna che talvolta gli altri ci fanno provare, allora, è davvero fuori posto, perchè vergognarsi del dolore per un animale significa vergognarsi della propria capacità di amare. Questa è una delle cose più tristi che la cultura contemporanea riesca a fare: ci impone di soffrire in silenzio perché il nostro amore è illecito. Come se il dolore e l’amore dovessero essere autorizzati. Ma il dolore e l’amore non chiedono permessi. Segnalano che qualcuno è stato importante. Sono un sigillo: “questa vita ha contato nella mia”.
E se allarghiamo appena l’orizzonte, vediamo un’altra verità: in un mondo che ha espulso molte forme di emotività “scomoda”, come la tristezza, la perdita, il lutto, l’imperfezione, l’amore per gli animali e il lutto per gli animali diventano quasi un atto di resistenza. Un modo per ricordarci che non siamo macchine, che la vita non è solo efficienza e prestazione. Che il legame è ancora possibile. Che la cura è ancora possibile. Che la vulnerabilità non è un difetto, ma un segno di presenza al mondo.
In fondo, chi si commuove per un animale sta dicendo: io sono ancora capace di riconoscere la vita. Io sono ancora capace di vedere. Io sono ancora capace di affezionarmi. E questa, oggi, è una qualità enorme.
Quindi sì: prova amore, prova dolore, prova nostalgia, prova gratitudine. Prova tutto ciò che arriva, senza sminuirlo! Se qualcuno ti dice che stai esagerando, spesso sta parlando della propria paura: paura di lasciarsi andare, paura di sentire, paura di riconoscere che la morte non fa sconti a nessuno e che ogni legame vero, prima o poi, ci mette davanti al prezzo della perdita. Ma il prezzo non rende sbagliato il legame. Lo rende reale.
L’amore per un animale non ti rende meno umano. Ti rende più umano. Perché significa che la tua capacità affettiva non è selettiva nel senso cinico del termine. Non ama solo ciò che porta status. Non ama solo ciò che la società approva. Ama dove c’è relazione, dove c’è vita condivisa, dove c’è cura.
E il dolore per un animale non è debolezza. È fedeltà. È memoria. È gratitudine con le lacrime. È l’ultima forma di cura che possiamo offrire quando non possiamo più proteggere: continuare a riconoscere che quella vita è stata casa, e che la sua assenza merita rispetto. Non esistono emozioni di serie A e di serie B. Esistono solo legami che contano. E quando contano davvero, non ti chiedono se sono “congrui” o “adatti”: ti abbracciano, e basta.
Dr. Rossano Tosi
Psicologo, Psicoterapeuta e Sessuologo
a Brescia (BS)
Psicologo, Psicoterapeuta e Sessuologo
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Iscritto all'Ordine degli Psicologi della regione Lombardia n. 9888