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Dott. Rossano Tosi Psicologo-Psicoterapeuta, Sessuologo Brescia

Ipnosi: mito o realtà Brescia

Ipnosi: mito o realtà

È mia consuetudine, prima d’introdurre la prima seduta ipnotica dedicare del tempo per parlare d’ipnosi con i miei pazienti, per frugare ogni dubbio, rispondere alle loro curiosità e mettere a tacere i timori che questa pratica porta indubbiamente con sé.

È buona norma al fine di comprendere una cosa al meglio, ricercarne i fondamenti storici e seguirne l’evoluzione nel corso del tempo. Ciò con l’ipnosi risulta semplice e complessa al contempo, in quanto non esistono documentazioni storiografiche che parlino propriamente d’ipnosi, questo termine, infatti, verrà introdotto solo alla fine dell’800 da un medico inglese di nome Braid. Quello che possiamo fare allora, è cercare nello studio dei documenti riguardanti la medicina un “qualcosa” che, ai nostri occhi, sia riconducibile al fenomeno ipnotico. Così facendo, possiamo addirittura affermare che l’ipnosi sia la più antica forma di psicoterapia inventata dall’uomo. Ovviamente è un’affermazione molto forte, forse troppo, ma comunque non priva di verità se allarghiamo l’analisi non solo all’ambito medico, ma anche a quello ritualistico, vedendo una valenza psicoterapeutica nei rituali di molte antiche culture, e il cui scopo al giorno d’oggi a noi appare proprio nella modulazione, volontaria, dello stato di coscienza dei partecipanti.

Fra i molti rituali di cui siamo venuti a conoscenza, possiamo citare il “rito d’incubazione”, una pratica a sfondo religioso in cui si veniva invitati a dormire in un tempio, solitamente legato ad una divinità che in qualche modo poteva avere a che fare con il problema da risolvere, per ricevere in sogno rivelazioni sul futuro o su come affrontare il problema. E’ nota soprattutto nell’età ellenica, anche se pare fosse praticata già in epoca sumerica, e sembra esistano documentazioni che la facciano risalire addirittura all’antico Egitto, a partire almeno dal XV sec. a.c, perciò non è del tutto fuori luogo pensare che sia stata solo successivamente acquisita dai Greci e poi dai Romani.

Relegata per molti secoli, soprattutto in Europa, al mondo dell’occulto e del misticismo, ricompare sulla scena scientifica e medica con Franz A. Mesmer, un personaggio peculiare, come molti altri in questo particolare mondo, medico, filosofo e alchimista, attivo in Austria ed in Francia, dove ebbe modo di frequentare i migliori salotti e le persone più altolocate dell’epoca. Nei suoi studi, aveva scoperto che fosse possibile alleviare, ed in alcune circostanze anche risolvere, la sintomatologia di cui soffrivano i pazienti attraverso la “magnetizzazione”, cioè l’utilizzo a scopi terapeutici, di un “fluido magnetico” che, secondo le sue teorie, esisteva in tutti i corpi. Il pensiero di Mesmer era indubbiamene influenzato dagli studi che all’epoca venivano compiuti sull’elettromagnetismo (da qui l’utilizzo da parte sua del termine “magnetismo”) Mesmer, infatti, immaginava che esistesse un vero e proprio “fluido” e che si comportasse alla stregua di quello magnetico, che gli scienziati suoi coevi ipotizzavano per spiegare gli strani fenomeni di attrazione fra un magnete ed i metalli etc. Nella visione di Mesmer questo “fluido” poteva, con l’ausilio di adeguate tecniche (applicazione di magneti sul corpo della persona etc.) essere utilizzato, guidato, conservato e dato, curando in questo modo le malattie, che altro non erano per lui che aberrazioni nella distribuzione di questo “fluido”. Oggi giorno vediamo nelle tecniche di Mesmer le radici della moderna psicoterapia ipnotica, cosa che fa di lui il precursore di tutti noi ipnotisti.

Le tecniche di Mesmer hanno influenzato i successivi sviluppi dell’ipnosi, infatti, in alcuni suoi atteggiamenti sono presenti quegli aspetti “relazionali” tipici dell’ipnosi ottocentesca e degli inizi del novecento, quali la “direttività” ad esempio, al punto che alcuni termini usati a tutt’oggi in questo settore nascono proprio da questi suoi studi. Basti pensare allo “sguardo magnetico”, solo per citare l’esempio più noto.

Mesmer ebbe diversi allievi, e fu proprio uno di questi, Amand-Marie-Jacques de Chastnet, marchese di Puységur a constatare che magnetizzando una persona, attraverso le tecniche del “maestro”, nel paziente avveniva un fenomeno particolare. Questi, infatti, sembrava cadere in uno strano torpore, un “sonno” come venne interpretato, nel quale poteva apparire più vigile e più attento, senza contare inoltre che secondo Puységur una volta entrati in tale stato, i soggetti erano addirittura in grado di autodiagnosticare le proprie malattie, prevederne il corso e prescriverne il trattamento. Puységur fondò la “Société harmonique des amis réunis” il cui obiettivo era istruire magnetisti e creare centri per il trattamento magnetico. In pochi anni la società arrivò ad avere oltre duecento soci, contando anche pubblicazioni, studi etc. Lo sviluppo di questa “scuola” venne poi interrotto dall’avvento della rivoluzione francese che comportò una pausa nello studio del magnetismo in quanto tale, ed anche dell’ipnosi, blocco che si protrasse per oltre 50 anni; fu solo verso metà dell’800 che ritornò in auge.

Nel 1840 circa, un medico inglese, di nome James Braid, riprese lo studio scientifico dell’ipnosi, coniando anche il termine “ipnotismo”, a tutt’oggi utilizzato e divenuto il termine ufficiale per identificare questa tecnica. Braid, che era medico di formazione, fu molto “lontano”, culturalmente parlando, dalle idee di Mesmer, e rifiutò in toto la teoria del fluido magnetico, e con essa anche le tecniche inerenti, quali l’uso dei magneti etc., ed al suo posto ne propose una nuova, basata sulla fisiologia del cervello, secondo la quale l'induzione ipnotica, e quindi anche quella magnetica di Mesmer, avviene perché il sistema nervoso del soggetto viene sovraccaricato di imput sensoriali finendo con lo “stancarsi”.

Dopo questa breve parentesi inglese, lo studio dell’ipnotismo ritornò in Francia, dove era “nato” con Mesmer e Puysègur. Il testimone di questa lunga corsa passa a quello che resterà alla storia come il caposcuola della cosiddetta “scuola di Nancy”, ossia Hippolyte Bernheim. Anch’egli medico, usava l’ipnotismo per la cura di molte malattie del sistema nervoso, oltre che per i reumatismi, i disturbi gastrointestinali e persino per i disturbi mestruali. La cosiddetta scuola di Nancy insisteva teoricamente e praticamente sulla componente suggestiva legata alla pratica ipnotica, legando così in modo indissolubile l’ipnosi all’idea di suggestione, anche se nella sua accezione negativa di controllo del soggetto ipnotizzato.

Negli stessi anni a Parigi operava Charcot, passato alla storia come uno dei fondatori della neurologia moderna, che divenne noto in ambito psicologico, per essere stato il primo ad avere condotto uno studio scientifico sull’isteria, che egli considerava alla stregua di una trance ipnotica. Fra i due grandi studiosi emerse un forte conflitto scientifico in quanto Bernheim, contrario all’analogia fra isteria e trance ipnotica, arrivava addirittura ad affermare che le condizioni, definite isteriche da Charcot alla Salpêtrière, fossero artefatte, frutto cioè della volontà delle pazienti di accontentare il grande studioso.

Lo studio della fenomenologia ipnotica prosegui in Francia, divenuta ormai in tutta Europa e nel mondo il centro più importante per questo particolare campo di studio, grazie al lavoro ed alle intuizioni di Mesmer, Puysègur, Charcot e Bernheim.

In quegli incredibili anni, in cui abbiamo assistito per la concentrazione di personaggi così geniali ed importanti ad uno sviluppo incredibile nello studio dell’ipnosi, fa l’apparizione anche un altro personaggio sui generis, troppo presto dimenticato, ossia Pierre Janet. Figura complessa, dai mille talenti, medico e filosofo, fu il vero “inventore”, e non solo un semplice precursore, della moderna psicologia dinamica e di tante altre cose, fra cui la concezione più aderente all’attuale “verità” sull’ipnosi. Compì numerosi studi e ricerche sui fenomeni dissociativi da un lato e del trauma dall’altro, che confluirono poi nel saggio “L’automatisme psychologique” in cui descrisse una serie di comportamenti attuati da un soggetto dissociato senza che ve ne sia consapevolezza, o comunque caratterizzati da una consapevolezza solo “parziale”. Questo particolare stato mentale, che oggi viene comunemente definito “dissociativo”, comprendeva per Janet anche la trance ipnotica, definita come dissociativa, descritta da tre criteri:

  1. amnesia al risveglio;
  2. ricordo di stati ipnotici precedenti durante l’ipnosi;
  3. ricordo dello stato vigile durante gli stati ipnotici.

All’epoca le idee di Janet erano “futuristiche”, al punto che a tutt’oggi sono ancora poco comprese, infatti, ipotizzò che alcune manifestazioni sintomatiche fossero riconducibili ad idee inconsce, cioè pensieri, ricordi, e mozioni legati a un avvenimento definito “traumatico o terrorizzante”, divenuto subconscio e sostituito da sintomi. L’approccio di Janet prevedeva che questa idea dovesse essere ricercata con “adeguati” mezzi d’indagine “obiettivi”. In alcune circostanze anche lo studio dei sogni può fornire qualche indizio ma, e qui sta il balzo avanti compiuto da Jane, il metodo principale da usarsi era l’ipnosi come mezzo mediante la quale il paziente produceva i ricordi dimenticati con più o meno resistenza.

Contemporaneamente a Janet e Bernheim, anche Charcot proseguiva i propri studi e le proprie ricerche attraendo, anche grazie alla sua fama di neurologo, i migliori talenti d’Europa fra cui, sicuramente il più importante è stato Sigmund Freud, che studiò alla Salpêtrière, l’ospedale di Charcot, fra il 1885 e 1886. Influenzato dal suo  pensiero, per alcuni anni restò fedele a Charcot ma, contemporaneamente adottò anche il metodo catartico di Breuer, secondo il quale il “parlare” da parte del paziente del proprio malessere poteva condurre ad un miglioramento della sintomatologia, detto anche “effetto abreativo”.

L’ipnosi che Freud imparò alla Salpetrierè, aveva una valenza terapeutica limitata, usata solamente per accedere a ricordi “dimenticati”, questa è la ragione per cui Freud l’abbandonò in favore dell’abreazione teorizzata, da Eugen Breuer e, solo successivamente sostituito dal “procedimento della libera associazione” e considerato il perno centrale, dal punto di vista tecnico, della psicoanalisi.

La presa di posizione Freudiana finirà poi per influenzare il successivo studio della stessa ipnosi, almeno in Europa, dove venne pian piano “dimenticata”, soprattutto in Europa, a favore della nascente psicanalisi.

Inizia per l’ipnosi, in quegli anni un periodo “carsico”, in cui veniva ancora utilizzata da molti clinici, ma in forma appunto “nascosta”, così da far scomparire fino a metà del ‘900, questa tecnica dall’orizzonte culturale, prima ancora che tecnico e psicoterapeutico dei professionisti del settore, fossero essi psichiatri o psicologi.

Nasceranno in questo periodo altre tecniche, quali appunto la psicoanalisi, il comportamentismo, divenuto poi cognitivismo, oltre agli approcci sistemico-relazionali e strategico/costruttivisti, lasciando l’ipnosi in sottotraccia, assente dal panorama scientifico, ma non da quello popolare.
L’ipnosi in generale, e quella terapeutica nello specifico, che diverrà poi, come vedremo “psicoterapia ipnotica”, ricompare nell’orizzonte culturale a partire dagli anni ’60 del ‘900 attraverso la figura, divenuta ormai mitica e mitologica, di Milton Erickson, considerato lo studioso più innovativo ed influente nella moderna pratica dell’ipnosi clinica e forse della psicoterapia in genere.

Spesso, a tal proposito, si dice, quando si parla di Erickson, che esiste un “prima” e un “dopo” le sue teorie e che oggi nessuno di noi ipnoterapeuti può dirsi alieno ai suoi insegnamenti, infatti, esistono e le cito solo per curiosità, diverse correnti Ericksoniane: i neo-ericksoniani, gli ericksoniani classici, i post-ericksoniani etc.

La biografia di Erickson, come quella di Janet o di Mesmer, meriterebbe un articolo a parte, tanto la sua vita è stata particolare e quanto poi abbia influenzato la sua opera e, di converso, quella degli ipnoterapeuti.

Lasciando per il momento stare l’aneddotica relativa alla sua storia, quello che possiamo dire è che con lui il concetto di ipnosi “direttiva” quella cioè in cui l’ipnoterapeuta “dirige” con piglio decisionale la terapia ipnotica viene definitivamente abbandonato, sia teoricamente che tecnicamente, in favore di una più adeguata ed elegante comprensione delle “reali” dinamiche legate a quella “cosa” che chiamiamo “trance ipnotica”. Con Erickson viene privilegiato un approccio naturale e  colloquiale, diciamo anche conversazionale, tutto questo ricorrendo a tecniche prevalentemente “indirette” quali la narrazione, il paradosso e la metafora.

Ma alla fine, tecnicismi a parte, in cosa si differenzia l’approccio Ericksoniano, da quelli precedenti? Con Erickson cambia radicalmente il concetto di “Inconscio”, modificato rispetto ai suoi predecessori (soprattutto Freud) che diviene la sede “naturale” di apprendimenti, talvolta inconsapevoli, e di nuove potenziali soluzioni ai problemi di adattamento della persona. In termini cognitivistici potremmo definirlo un “dispositivo di adattamento”, caratterizzato dal fatto d’essere più antico del pensiero razionale e cosciente, e caratterizzato da una forma di intelligenza procedurale che si configura come complementare rispetto a quella dichiarativa.

Volendo usare una metafora legata al mondo dei computer, l’Inconscio si caratterizza per un funzionamento “parallelo”, rispetto al conscio che, al contrario, si basa su un funzionamento “seriale”; l’analogia potrebbe continuare vedendo nell’Inconscio la memoria “fissa”, rispetto alla “ram” utilizzata dalla mente cosciente... e le analogie potrebbero continuare.

Come già si comprende, ciò rappresenta una rivoluzione copernicana rispetto ai predecessori, sia a livello teorico che pratico-tecnico, infatti, possiamo notare come l’ipnoterapeuta che dirigeva l’ipnosi, lascia lo spazio all’interazione fra i membri di una diade che fanno della comunicazione il perno stesso dell’ipnosi e non più solo un accessorio.

L’abbandono della “direttività”, come diciamo in gergo tecnico, comporta l’assunzione di un ruolo attivo da parte del paziente, lontano quindi dalla passività che possiamo trovare nelle descrizioni delle sedute ipnotiche ad esempio di Charcot. Il paziente si fa quindi coterapeuta, assumendosi l’onore e l’onere nel proprio processo di guarigione. Scompaio così tutti i grandi “fenomeni teatrali” usiamo questo termine, così tipici dell’ipnosi tardo ottocentesca e che ancora oggi trovano terreno fertile nell’immaginazione di scrittori come di comuni cittadini. Non viene più cercata la “trance”, come punto centrale del processo ipnotico, ma la collaborazione attiva del paziente che si fa così portatore di se stesso nel processo induttivo. Scompaiono anche i rigidi protocolli, di derivazione prettamente medica, per lasciare spazio alla “fantasia” dell’ipnoterapeuta, che troverà per ogni paziente il giusto modo per ottenere la sua collaborazione inconscia. Oggigiorno l’obiettivo primario di uno psicoterapeuta ipnotista è quello di aiutare il paziente nella comprensione del proprio vissuto per poi renderlo consapevole del ruolo attivo e fattivo nell’ottenere il benessere ricercato e non più soggetto passivo rispetto alla terapia, ma attivo ed attivante.

Nella sua moderna evoluzione la psicoterapia ipnotica neoericksoniana, come viene comunemente chiamata è protesa a cogliere non solo il piano disfunzionale del disagio ma, ad agire pragmaticamente su di esso e ad accompagnare la persona verso il proprio positivo cambiamento, ruolo attivo ed attivante di poc’anzi.

Sembrano ormai lontani i tempi in cui il paziente cadeva in trance divenendo un semplice realizzatore della volontà dell’ipnotista, anche se spesso vediamo ancora di queste scene in televisione...

Dott. Rossano Tosi
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Ultima modifica: 16/11/2016

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